Salvatore Martinez - Sulla Parola costruiamo l’unità dello Spirito
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- Friday, 09 October 2009 10:02
- Heike Vesper
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“Sulla Parola costruiamo l’unità dello Spirito”
Salvatore Martinez (Rinnovamento nello Spirito Santo)
Carissime, Carissimi,
che gioia rivederVi e salutarVi con l’affetto fraterno che ci unisce, che ci fa riconoscere “in movimento”, in quell’unico movimento dello Spirito che qui ci ha radunati.
Che gioia, ieri sera, appena giunto a Loppiano da Assisi, entrando in questo luogo, rivedere il volto di Chiara, nell’immagine che campeggia sulla parete di destra all’interno dell’edificio che ci ospita. Subito nel mio cuore si è formulato un pensiero: ad Assisi, Francesco chiedeva di essere “uno strumento di pace”; a Loppiano, Chiara ha chiesto di divenire “uno strumento d’unità” per il mondo.
Ancora con commozione La ricordo viva nelle mie preghiere e desidero qui renderLa presente, ricordando una sua lettera del 1948, quando le tenebre della seconda guerra mondiale in Italia venivano squarciate dal sorgere di una nuova luce nella Chiesa, proprio con l’avvento dell’Opera di Maria. Chiara scriveva al padre cappuccino Bonaventura della Val di Sole a Trento. Da quattro anni Chiara era già stata afferrata da Dio e regalava a questo giovane religioso la sua nuova comprensione del Vangelo.
Scriveva Chiara: “A Gesù manca Dio. Per consolarLo promettiamogli di donargli sempre la presenza di Gesù tra noi. «Dove due o più… ivi sono io». E Gesù consolerà Gesù che grida. Mio Gesù! Nostro Gesù!
A Gesù, nell’ora tenebrosa dell’agonia, mancava Dio. All’Europa, nell’ora tenebrosa della dimenticanza colpevole di Dio, manca Dio.
Ebbene, noi oggi siamo qui – Insieme per l’Europa – per dire che la nostra “insiemità” è la risposta più genuina ed efficace, più pura e potente al bisogno di unità che c’è nel mondo, nella chiesa, nelle nostre case.
La nostra è un’insiemità per l’unità. Un’insiemità di cuori nuovi, per un destino nuovo: il destino di Dio tra gli uomini, il destino d’amore di Gesù per gli uomini, perché all’uomo non manchi Dio. Mai!
Noi siamo qui per ribadire che la nostra comunione è nell’amore di Gesù e si alimenta del dono grande del nostro conoscerci e riconoscerci fratelli nell’amore. E vorrei dirvi: noi non siamo sazi di questo amore! Siamo qui per mendicare nuovo amore di Dio, così che il nostro anelito divenga l’anelito di ogni uomo, del povero e del ricco, dell’amico e dello straniero, di chi crede e di chi si sente escluso dalla grazia.
Il giovane poeta della Repubblica Ceca, Jiri Wolker, nato nel 1900 e morto a 24 anni, ci ha lasciato una poesia, scritta all’indomani della fine della prima guerra mondiale, intitolata “Sulla riva dell’isola Krk”, in cui descrive il desiderio di Dio che è nell’uomo:
Ora cammino per la città e cerco il buon Dio.
So che cammina qui con la borsa e con il bastone,
so che un giorno lo troverò, ma ciò non mi farà più pena,
perché non ho più nessuna paura delle cose maligne.
Egli mi prenderà con sé. Ci metteremo sull’angolo
con il berretto nella mano e con il sole sopra la testa.
“Mendichiamo l’amore, uomini, aprite i cuori a Dio!
Si, carissimi, proviamo a gridare con la nostra vita e con più convinzione: “uomini aprite i cuori a Dio”! Mettiamoci in cammino, nel cuore la Parola che sussulta, e chiede di essere partorita come avvenne per l’apostolo Paolo.
Mi piace qui ricordare un fatto storico decisivo per la storia cristiana in Europa: la seconda missione di S. Paolo, seguente al Concilio di Gerusalemme, quella con cui la Parola di Dio giunse in Europa. S. Paolo si trovava in Asia. Durante la notte ebbe una visione; gli stava davanti un Macedone e lo supplicava: “Passa in Macedonia e aiutaci!”. E così Paolo fece, ritenendo – come annota Luca negli Atti degli Apostoli – che Dio ci aveva chiamati ad annunziarvi la parola del Signore» (cf At 16, 6-9).
Così la Parola di Dio giunse in Europa; e così la salvezza è giunta a noi. Io credo, e sono certo anche voi con me, che la Parola di Dio, contenuta nella Sacra Scrittura, sia davvero il libro del futuro dell’Europa e che lo Spirito stia chiamando una nuova generazione di uomini e di donne ad accettare con passione lo stesso invito rivolta a Paolo dal Macedone: “Passa in Europa e aiutala!”.
Passiamo tra le trame perverse del male di questo nostro continente; passiamo tra i ritardi morali e spirituali delle nostre nazioni; passiamo tra le piaghe non curate dei poveri e degli abbandonati che popolano le nostre città nell’attesa di qualcuno che regali loro la Parola di salvezza.
Non sia il nostro un passaggio inosservato, silente, inoperoso. Lo Spirito ci sta chiedendo molto e non si stancherà di chiedere ancora di più alla nostra “insiemità”.
Se vogliamo costruire un’unità di popoli cosciente dei propri valori spirituali, delle proprie radici cristiane, popoli capaci di promuovere dialogo, giustizia e pace, noi dobbiamo con fierezza rifarci a quelle Scritture Sacre che rappresentano la parte più nobile e significativa della storia dei popoli europei, proprio a partire dal momento in cui Paolo accolse la richiesta di aiuto del Macedone e venne in Europa a portare il messaggio del Vangelo.
Come non ricordare, tra i tanti discorsi possibili, una frase di Giovanni Paolo II: «Della buona novella del Vangelo sono vissuti in Europa nel succedersi dei secoli, fino al giorno d’oggi, i nostri fratelli e le nostre sorelle. La ripetevano i muri delle chiese, delle abbazie, degli ospedali e delle università. La proclamavano i volumi, le sculture e i quadri, l’annunziavano le strofe poetiche e le opere dei compositori. Sul Vangelo venivano poste le fondamenta dell’unità spirituale dell’Europa» (Omelia per il millennio del martirio di Sant’Adalberto, Gniezno, 3 giugno 1997).
E noi non vogliamo deviare il corso della storia, né permettere che altri portino alla deriva il Cristianesimo. Anche noi, come ci ha ricordato Giovanni Paolo II, «sul Vangelo vogliamo porre le fondamenta dell’unità spirituale dell’Europa». Noi possiamo tracciare vie nuove che facciano sboccare i popoli nell’Europa dello Spirito, un’Europa dove ci sia gioia di vivere, un’Europa dove ci sia speranza nell’avvenire.
Per stare ancora sull’idea del “passaggio”, del nostro passaggio tra le genti per dare cittadinanza al Vangelo, vorrei proporvi un aneddoto.
Un giorno, durante una passeggiata, un viaggiatore incontrò 3 operai che viaggiavano uno dietro l'altro. Ognuno di essi spingeva una carriola piena di mattoni. Il viaggiatore chiese al primo operaio: “Cosa stai facendo?”e l'operaio senza fermarsi rispose: “Non vedi? Sto conducendo una carriola di mattoni”. Il viaggiatore fece la stessa domanda al secondo operaio che rispose: “Sto lavorando per guadagnare un pò di soldi per la famiglia. Dobbiamo vivere con i frutti di questo lavoro”. Il terzo operaio alla stessa domanda rispose: “Sto costruendo una cattedrale per la gloria di Dio. Ne sono molto felice ed orgoglioso”.
Tre operai, la stessa domanda, tre diverse risposte. Una tutta centrata sullo sforzo fisico nel condurre la carriola; una seconda centrata sul profitto derivante dal lavoro; una terza sulla gioia di partecipare all’opera di Dio.
In questi tre sguardi ben si riassume il nostro tempo: c’è un’umanità che si lamenta della fatica del vivere; un’umanità presa dalla sete del benessere economico; e un’umanità che vuole vivere per Dio, vivere di Dio, collaborare alla costruzione del Regno di Dio.
Noi vogliamo essere annoverati dallo Spirito tra questi ultimi. Con una fierezza umile, perché il nostro tesoro è posto in un vaso fragile (2 Cor 4, 7) e non è condivisibile, comunicabile al mondo se non nell’umiltà. Per questo Pietro, nell'esortare a dare le ragioni della nostra speranza, aggiunge: «Ma ciò avvenga con dolcezza e rispetto» (1Pt 3, 16).
Al contempo, la fierezza umile di essere discepoli di Cristo, nell’Europa del terzo millennio, non ci esime dall’uscire allo scoperto, senza soffrire alcun complesso di inferiorità. Noi, direbbe Paolo, siamo «radicati et supera edificati in Christo» (Col 2, 7). Noi abbiamo lo Spirito di Cristo, abbiamo il pensiero di Cristo, abbiamo la Parola di Cristo: chi ha Cristo ha tutto e nulla ha da temere, per sé e per i suoi figli.
Noi laici, figli del Novecento, possiamo vantare una grazia speciale: avere riscoperto in profondità e in estensione la spiritualità evangelica fondata sulla Parola di Dio attraverso i nostri Movimenti e Comunità, una grazia che tante generazioni di cristiani che ci hanno preceduto non hanno meritato.
Venivamo da un tempo che era stato definito di esilio della Parola nella Chiesa. Ebbene, il Novecento, secolo dello Spirito, è ritornato al Vangelo, ha riscoperto la Parola di Dio come fonte primaria e norma di vita spirituale. Ora non dobbiamo permettere che la Parola infuocata dall’unzione dello Spirito, che ci rende profeti di cieli e terre nuove, si spenga sulle labbra dei cristiani di questo nuovo secolo.
Questo ritorno al Vangelo è stato davvero uno dei paradigmi spirituali più significativi della Chiesa a cavallo tra due millenni, direi uno dei veri fattori di rinnovamento ecclesiale e sociale che la storia cristiana abbia mai conosciuto.
Noi siamo laici che hanno trovato nella Parola pregata e vissuta una sicura introduzione alla vita nello Spirito. Per noi essere laici cristiani significa essere generati nella Parola, ispirati dalla Parola, strumenti vivi della Parola.
Guardando ancora alla nostra Europa, potremmo dire che siamo andati avanti così rapidamente, in tutti questi anni, che ora dobbiamo sostare un attimo per consentire alle nostre anime di raggiungerci. Sì, l’anima è rimasta indietro, lasciata per strada tra il flusso delle cose e degli eventi, tra banalità e scadimenti di ogni genere.
Una tragica e drammatica descrizione del nostro tempo è in un verso di Pasolini (da “Supplica a mia madre”): «Ho un’infinita fame d’amore, d’amore di corpi senza anima».
Ecco il nostro tempo: un tempo corporale, che rifugge dall’interiorità, dal silenzio, da un’animazione spirituale del reale. L’umanità sembra come un uomo che uscito di casa ha smarrito le chiavi di casa e non riesce più a rientrarvi.
Benedetto XVI, il 13 maggio 2004, sull’“L’identità dell’Europa” così si esprimeva: «L’Europa, proprio in questa ora del suo massimo successo, sembra diventata vuota dall'interno, paralizzata in un certo qual senso da una crisi del suo sistema circolatorio, una crisi che mette a rischio la sua vita, affidata per così dire a trapianti, che poi però non possono che eliminare la sua identità. A questo interiore venir meno delle forze spirituali portanti corrisponde il fatto che anche etnicamente l'Europa appare sulla via del congedo. C’è una strana mancanza di voglia di futuro».
Carissimi, la coscienza sociale di un popolo può essere risvegliata, può farsi nuova cultura, novità di vita, solo a partire dai valori dello Spirito. La vera rivoluzione è spirituale. La vera rivoluzione è combattere il prevalere dell’egoismo e dell’ingiustizia, che sono la causa prima dei nostri peccati e delle nostre passioni, nella nostra vita personale e nella vita sociale.
È nostra responsabilità di fede che questo mondo sia ordinato dallo Spirito di Dio e disponibile agli autentici bisogni dell’uomo. Dobbiamo credere che lo Spirito di Dio vuole permeare il mondo della tecnica, della scienza, dell’economia che spesso sentiamo ostili alla nostra visione della vita. Occorre che le vie del progresso, che mai prima del Novecento l’uomo aveva conosciuto nella forza e nel potere travolgente con cui oggi si presentano, siano disponibili allo Spirito.
Dio non si pone contro questo mondo da lui creato: lo vuole pieno di quello Spirito con il quale ci ha creati e ci tiene in vita. Quando Gesù parla del mondo contrario allo Spirito di Dio, ci parla di quel mondo senza lo Spirito di verità, alieno e allergico alla Parola di Dio, quel mondo che non vuole la deificazione dell’uomo, ma la sua materializzazione fino a ridurlo ad un nulla; quel mondo che non ha per regola aurea l’impegno generoso della carità, ma il disimpegno crudele dell’egoismo.
A Lucca, nel 2005, in occasione del nostro Convegno Internazionale dedicato alla rilettura della presenza e dell’azione dello Spirito nel Novecento, nel documento finale che abbiamo composto ribadivamo il nostro desiderio di instaurare una “cultura della Pentecoste”, una cultura dello spirituale, una cultura del soprannaturale.
Con queste parole professavamo la nostra fede: «Crediamo nello Spirito Santo che è Signore e ha parlato per mezzo dei profeti: grida ancora la voce di Dio, grida in risposta al nostro “Veni”, grida e ne udiamo la voce perché anche noi abbiamo a gridare al mondo il bene impagabile della Sua assistenza, così che sia sempre più manifesta la parola del profeta: “Lo Spirito di Dio riempie l’universo e della sua gloria è piena la terra”».
Siamo confortati dalla vicinanza spirituale e dall’incoraggiamento paterno che continuiamo a ricevere dal Pontefice Benedetto XVI e dai nostri Vescovi. Concludendo la sua terza enciclica “Caritas in veritate”, Benedetto XVI ha affermato: «Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l’amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l’autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato. Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fraternità in Cristo. Tutto ciò è indispensabile per trasformare «i cuori di pietra» in “cuori di carne” (Ez 36, 26), così da rendere “divina” e perciò più degna dell’uomo la vita sulla terra» (n. 79).
Il Papa, con queste parole, dà una splendida consegna a tutti gli uomini di buona volontà: per vivere veramente, bisogna pregare. Perché vivere è amare. E una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione, è tristezza. Vive veramente solo chi ama. Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore di ogni uomo, dell’uomo di ogni fede e credenza: se il cuore umano non è toccato dall’amore non si schiude alla vita vera e piena.
Sono persuaso che gli uomini e le donne della preghiera sono la più grande riserva di speranza per questo nostro mondo, una riserva inesauribile di sapienza divina e umana. Sono gli uomini e le donne della preghiera i veri ambasciatori dell’amore e della pace, che solcano la storia aprendola ai sentieri invisibili di Dio.
Sì, sono gli uomini e le donne della preghiera i veri difensori dei valori più autentici dell’umanità, perché è nella preghiera che la coscienza vuole il vero bene, la vera libertà e fa della terra un vero spazio di fraternità e di condivisione dell’amore. Gli uomini e le donne della preghiera sono i veri sapienti, i veri governanti, i veri liberatori della terra. Uomini e donne che ogni giorno scoprono il mistero infinito di Dio e il mistero dell’uomo.
Il Vangelo non è cambiato e l’Europa in Cristo mai invecchierà, perché non è cambiato il mistero di Dio e dell’uomo che gli sta dinanzi.
Ben lo descrive Charles Peguy in “Pianto su Giuda”, un’opera dedicata alla virtù della carità, uno sconvolgente affresco della morte di Gesù in cui si coglie tutto il dramma della nostra umanità. E con queste parole ispirate del poeta francese desidero concludere questa mia meditazione: «Cosa era dunque l’uomo. Questo uomo. Che lui era venuto a salvare. Del quale aveva rivestito la natura. Non lo sapeva. Come l’uomo non lo sapeva. Perché nessun uomo conosce l’uomo. Perché una vita d’uomo, una vita umana come uomo, non basta a conoscere l’uomo. Tanto è grande. E tanto è piccolo. Tanto è alto. E tanto è basso. Cosa era dunque l’uomo. Questo uomo».
Auguro a me e a Voi di porci in questa piccolezza, per ritrovare una speranza creatrice da regalare a chi ci sta accanto. E la nostra “insiemità” cresca e porti ancora frutto.







