Marco Impagliazzo - "Quale missione per l'Europa?"
- Dettagli
- Creato Mercoledì, 07 Ottobre 2009 10:17
- Data pubblicazione
- Scritto da Heike Vesper
- Visite: 2162
"Quale missione per l’Europa?"
Marco Impagliazzo (Comunità di Sant’Egidio)
L’incontro di oggi, nello “spirito di Stoccarda”, è una grande occasione per guardare insieme, noi, cristiani di diverse Chiese e comunità ecclesiali, all’Europa. Un’occasione che si colloca in coincidenza di un importante anniversario: vent’anni fa, nel 1989, cadeva il muro di Berlino. Fu un’ora di entusiasmo, in cui sembrò che l’Europa fosse sul punto di rinascere. Oggi, al contrario, in molti guardano con scetticismo al suo avvenire. Si chiedono “a che serve l’Europa?”. Questa domanda nasce quando lo sguardo si restringe al proprio paese o al proprio gruppo. Limitare le prospettive è una tendenza che riscontriamo non solo in Europa ma nel mondo intero. La globalizzazione, che per tanti versi rappresenta un’opportunità, produce anche spavento, e spinge alla chiusura. Ci si concentra sulla propria identità e sul proprio particolare interesse, perché un mondo troppo grande fa paura. Ma la storia dell’Unità europea dimostra come sia vero esattamente il contrario: soltanto nell’essere insieme, allargando i propri confini e considerando l’altro vicino, senza paura, è possibile costruire il futuro.
Il primo grande frutto che l’essere insieme degli europei, e il superare le logiche particolaristiche hanno prodotto, è la pace. La nostra generazione ha ricevuto il grande dono della pace. Sopravvissuti all’abisso della seconda guerra mondiale e della Shoah, gli europei hanno compreso non soltanto l’inutilità, ma anche la follia della guerra. La lezione dei due conflitti mondiali, nella sua drammaticità, è stata decisiva. Chiara Lubich, che ha iniziato il cammino dei Focolari proprio durante la seconda guerra mondiale, ce ne ha fornito una toccante testimonianza . Gli europei hanno capito: mai più gli uni contro gli altri e sempre più gli uni con gli altri! Attorno a questa semplice necessità si è costruita la storia dell’unificazione europea. Un processo compiutosi nel 1989. La pace europea può apparire ai giovani un fatto scontato, ma rappresenta qualcosa di straordinario nella sua storia. La scorsa settimana si è svolto a Cracovia e ad Auschwitz-Birkenau un grande incontro delle religioni per la pace nello “Spirito di Assisi”, promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. L’impegno delle religioni per costruire un mondo in pace è stato ribadito con forza.
Non dissipare l’eredità della pace
Ma la domanda rimane aperta: che fare di questa eredità di pace? Si profila la tentazione di dissiparla, come accade quando c’è un lascito di grande valore: la pace si dissipa vivendo per se stessi e non amando la vita. Vivere soltanto per se stessi produce infatti tanti atteggiamenti di non amore per la vita, o di disprezzo per essa, specie quando è più povera, debole, nascente o anziana. I nostri paesi europei sono tentati di vivere per se stessi coltivando risorgenti passioni nazionalistiche. Sono scelte antistoriche: la gran parte dei paesi europei, di piccola o media dimensione, non possono affrontare da soli le difficili sfide del mondo attuale, la crisi economica, il confronto con grandi paesi asiatici come Cina e India, o con l’islam. Le passioni nazionalistiche oggi scaturiscono non tanto da una volontà di dominio sugli altri, quanto dal desiderio di vivere per sé. È un nazionalismo ripiegato e spaventato. In un periodo come il nostro, carico di paura della storia, di timori indotti dalla globalizzazione, si diffida – non solo da parte dei cristiani - delle grandi costruzioni, mentre si guarda con maggiore interesse al locale. Le grandi sfide politiche, dal sapore idealistico, vengono oggi ridimensionate.
L’Europa è in difficoltà. I risultati delle recenti elezioni europee ne sono un esempio lampante. Il primo dato preoccupante è l’astensione: la media europea dei votanti è stata del 43% con un calo di 2 punti rispetto alla già bassa affluenza della precedente (45,5% nel 2004). Nel 1979, quando per la prima volta si elesse il Parlamento Europeo, la media era del 62%. Nell’aula di Strasburgo siedono oggi 113 deputati “euroscettici” ed estremisti (divisi in tre gruppi): un blocco politico che si colloca per influenza numerica al terzo posto, dopo popolari e socialisti e democratici, e sarà dunque decisivo.
In cuori appannati e troppo concentrati su di sé fa breccia una tendenza al separatismo e alla divisione. Si potrebbero fare molti esempi: in Gran Bretagna, Italia, Grecia, Belgio, Olanda, Austria, Polonia e Ungheria crescono formazioni politiche localiste e talvolta apertamente xenofobe. Si diffonde quel clima di intolleranza e vittimismo che accompagna l’arricchimento delle nazioni. Esso si traduce in antigitanismo, in xenofobia, in leggi vessatorie contro gli stranieri, in un progressivo allontanamento dall’Africa.
La missione dell’Europa va ripensata nel quadro di un mondo globalizzato, contraddittorio e confuso. In esso esiste ancora un “bisogno di Europa”, ma i cittadini europei sembrano non accorgersene. Ritrovare un’ambizione non è facile. In questi anni gli europei sono divenuti disincantati e paurosi. Papa Benedetto XVI lo ha denunciato con chiarezza: “l’Europa – ha affermato - sembra volersi congedare dalla storia”. Paradossale, per un continente che ha creduto di incarnare da solo la storia.
Nel 1994 Jacques Delors, all’epoca presidente della Commissione europea, aveva scritto:
“I padri fondatori hanno diffidato della storia per riuscire nella loro scommessa del 1957. Oggi, di fronte a un ritorno della storia, che fare? Un desiderio di Europa esiste nei paesi che non ne sono membri. È la giustificazione di ciò che abbiamo realizzato e un grande incoraggiamento a perseverare. Ma, per andare oltre, bisognerà immergersi nella storia d’Europa, nel suo patrimonio ebraico-cristiano, così come nella democrazia greca, nel diritto romano, nelle esperienze democratiche dell’europa del nord. Bisognerà immergersi in questo patrimonio e scavare. Un tesoro vi è nascosto. Non chiede che di essere portato alla luce per ispirare l’avvenire d’una Europa che sia allo stesso tempo potente e generosa” .
Immergersi nella storia, per liberarsi dalla cronaca
Occorre allora “immergersi nella storia, per liberarsi dalla cronaca”, come ha detto Andrea Riccardi ad Aachen, ricevendo il premio Carlo Magno lo scorso maggio. È questa la via per ritrovare una visione comune.
Quando si vive schiacciati sulla cronaca si resta immersi nelle paure. Se non si fa tesoro della lezione della storia, si ha paura di guardare il domani. Per questo siamo qui a Loppiano, in questo incontro promosso da movimenti e nuove comunità che vivono e operano in Italia: siamo qui per capire insieme quale può essere, oggi, la missione dell’Europa.
Non ci nascondiamo che la gente del nostro continente è oggi impaurita e infragilita. E le paure diffuse fanno individuare nell’altro, lo straniero, il diverso, il nemico e la causa dei propri supposti mali. L’immigrazione è avvertita come un pericolo. La crisi dello stato sociale complica ancor più le cose. Assieme alla politica anche il mercato si è appropriato della paura, vendendola come fosse un prodotto. Nulla oggi vende bene come la paura , ha notato Zygmunt Bauman. La nostra società europea ha assunto i tratti di quella che Ulrich Beck ha definito “la società del rischio”, in cui la preoccupazione principale del cittadino, come singolo ma anche come gruppo, è di provvedere alla propria sicurezza .
Con il pessimismo l’altro è percepito come minaccia o come nemico. Ciò produce una cultura del disprezzo. E il mondo più vasto, un tempo ricercato, conquistato, ammirato, non affascina più gli europei. Che temono il contatto. Hanno paura della storia in movimento, della storia degli altri. L’entrata in scena del terrorismo internazionale e di nuovi attori come India e Cina, non ha fatto che aumentare l’incertezza. L’Europa della UE è considerata utile solo come strumento difensivo.
Cosa chiedere oggi a quest’Europa ripiegata? Quale nuova missione?
Si tratta di una domanda decisiva, dalla cui risposta dipenderà il nostro futuro. È la medesima domanda che si posero gli iniziatori del processo di integrazione europea. In quegli anni il sogno europeo rappresentò la reazione alla guerra, che aveva ridotto l’Europa in macerie e messo a repentaglio il suo stesso avvenire. Gli europei bramavano un’alba di pace per ricominciare a vivere, e intuirono che l’unificazione rappresentava l’unica strada ragionevole da percorrere.
Scriveva a quell’epoca Robert Schuman: “Povere frontiere! Esse non possono più ostentare l’inviolabilità, né garantire indipendenza e sicurezza… e tuttavia le frontiere conservano la loro ragion d’essere se sanno riportare il loro ufficio a ciò che sarà d’ora in poi la loro missione, direi spiritualizzata. Invece di essere barriere che separano dovranno diventare linee di contatto, dove si intensificano gli scambi…”. “Povere frontiere”: lo possiamo ripetere anche oggi, malgrado l’accanirsi di molti a rafforzarle invano.
Forse proprio perché scaturita da sogni e speranze così alti, l’Unione Europea costituisce un grande successo economico e istituzionale, che ha trasformato profondamente il volto del continente. Il processo di integrazione (il solo funzionante al mondo) ha permesso di sconfiggere i residui regimi autoritari europei sopravvissuti alla guerra mondiale. Spagna, Grecia e Portogallo sono oggi democrazie stabili e nemmeno i partiti estremisti che pure esistono in quei paesi propongono il ritorno a formule dittatoriali. L’affermazione definitiva della democrazia sul continente è frutto dell’integrazione europea. Nazionalismi ed egoismi nazionali, che ci preoccupano, non sono oggi più virulenti che in passato. Va cioè ricordato che l’idea europea, oltre a generare una prosperità mai vissuta prima, ha consolidato democrazia, diritti sociali e libertà in un continente abituato alla rissa e alla frammentazione.
La missione che si può pretendere dall’Europa è dunque quella di divenire una forza unificante, capace di generare dialogo tra popoli divisi dalla storia, senza cancellarne le identità. Questo è il suo modello, il suo carisma. Quello che è stato possibile per gli europei, può esserlo per altri popoli, specie quelli schiacciati dal peso di una memoria sofferta, che spesso si trasforma in una trappola micidiale. Perché ciò avvenga è necessaria una visione comune. Andrea Riccardi ad Aachen ha avvertito: “non ci si illuda…senza una visione unitaria l’Europa rischierà di uscire dalla storia…se non saremo insieme, i paesi europei saranno quantité negligeable… se non ci sarà una vera unità europea, non ci saranno i paesi europei nel mondo, si perderanno i valori di pace, libertà e umanesimo dell’Europa se non ci sarà Europa unita”. Divisi, i paesi europei non rappresentano nulla di significativo nel mondo multipolare delle economie emergenti e delle nuove potenze.
Eurafrica: una visione e un’opportunità
I nostri vicini aspettano molto dall’Europa. C’è forte interesse per il suo modello sociale, il suo umanesimo, la sua forza ragionevole, la sua capacità di dialogo e la sua cultura, oltre che per le sue risorse. Pensiamo all’Africa. La storia, nel bene e nel male, unisce i due continenti. In Africa si parlano lingue europee, e le loro culture hanno saputo assorbire molto delle nostre. L’Eurafrica, come visione di una “civiltà dell’universale”, era il sogno del presidente senegalese Senghor. Il modello che egli aveva in mente era “un’Eurafrica delle civiltà”, un crogiuolo di cultura comune e di civiltà che si incontrano. Senghor mirava a qualcosa di alto, “alla nascita della civiltà afro-latina”, una “civiltà dell’universale” il cui impulso generativo può giungere solo dall’Europa. Quanto avremmo bisogno di una simile visione di futuro proprio oggi, quando sembra che tra Africa e Europa il dialogo sia difficile e la memoria della storia comune divide piuttosto che unire! Molti paesi europei stanno ritirandosi dal continente nero, considerato soltanto terra di emigrazione verso le nostre coste. Gli europei possono invece lavorare alla rinascita della speranza in Africa, un continente delle opportunità e non solo dei drammi.
Nel disordine mondiale lo spirito dei popoli si indebolisce, e la tenuta di molti Stati nazionali si infragilisce. L’Europa può indicare una risposta unificante, un soft power che miri all’incontro e al dialogo nel rispetto dell’altro. L’Europa rimane un grande segno di pace nel mondo. Sessant’anni di pace e di unità nella diversità: è un’utopia realizzata. Il suo pluralismo unitario traduce in realtà quel vivere insieme cui tanti nel mondo aspirano. Per questo l’Europa ha un messaggio per il mondo. L’UE è portatrice di un modello attraente, da diffondere senza una politica deliberata di conquista. Ma paradossalmente, l’Europa ha oggi maggior successo all’esterno delle sue frontiere piuttosto che all’interno. Il suo ruolo mondiale è volutamente diminuito da un punto di vista militare (malgrado le numerose missioni di pace), ma considerevole dal punto di vista giuridico. Le istituzioni europee cercano, sovente con successo, di assolvere un ruolo normativo universale. Si pensi alla lotta contro pena di morte, alle battaglie sul clima, alle trattative sulla regolazione del commercio internazionale, o ad altro. Ciò che sorprende è che le grandi potenze, anche se con riluttanza, finiscono per adeguarsi alla visione europea, almeno in una certa misura. Ciò contrasta con la mancanza di azione strategica e di visione politica della stessa Unione.
Per questo gli europei devono ritrovare l’orgoglio e la fierezza della loro appartenenza. L’orgoglio umile e non arrogante, di chi ha una missione da compiere.
Una missione di unità e di pace
Ognuno di noi ha bisogno di Europa; i nostri paesi ne hanno bisogno, per non divenire insignificanti nel mondo omologante e frammentario della globalizzazione. Tante utopie si sono realizzate nel nostro continente: la pace, la democrazia compiuta, il benessere diffuso, l’unità della Germania e la fine della separazione tra est e ovest, il convivere di diversità molto forti. Era questo il sogno di Giovanni Paolo II: una sola Europa dall’Atlantico agli Urali, che si gettasse alle spalle le vicende dolorose del XX secolo per divenire una sola casa comune.
Il sogno europeo – sogno di cristiani - fu la risposta al grande male della guerra e dei campi di sterminio. Sorse davvero un’alba di pace. Si aprì un cantiere del vivere insieme. “Entrare in Europa” –come si dice oggi- è il desiderio di molti popoli che sperano di partecipare a questa realtà di pace e sviluppo. In effetti l’Europa rimane, malgrado tutto, la regione del mondo con il più alto grado di giustizia sociale e civile. Lo spirito umanistico del continente è come riassunto nella decisiva battaglia per l’abolizione della pena di morte ovunque nel mondo, dopo che l’Europa se ne è completamente liberata.
C’è una vocazione all’unità: quell’unità dei cristiani, a cui oggi si crede meno, ma alla quale noi crediamo fortemente, per l’Europa e non solo.
C’è una vocazione alla pace e alla costruzione della pace. Recuperando una più viva coscienza della propria storia, l’uomo europeo può trovare un ruolo nel mondo soltanto se fa della pace di cui gode un valore da esportare ovunque. Il discorso sulla pace, messo in crisi da tante scelte di guerra, in Europa ha ancora un certo seguito. Gli europei hanno ancora valori umani preziosi per il futuro del mondo. Non possono disperderli, perché si priverebbe il mondo contemporaneo di quell’umanesimo di cui ha grande bisogno. Uniti nella diversità, gli europei possono costituire nella realtà globale una forza di pace, umana, gentile, solida. C’è allora da far crescere questa passione europea. Come ha detto Andrea Riccardi nell’incontro dei movimenti cattolici e evangelici a Stoccarda nel 2007: “essere europei nel mondo diventa una vocazione”. Per questo per noi è un dono essere presenti in tanti paesi europei!
Per concludere, vorrei dire che dobbiamo tener aperto il grande cantiere europeo. Il cristianesimo può forzare le porte della paura e della chiusura e far rinascere un’ideale di umanesimo. C’è una radice cristiana nella civiltà europea che può di nuovo aiutare tutto il continente a non vivere per se stesso e a maturare un’aspirazione per il mondo. L’unificazione europea ha bisogno di radici più salde e profonde. Solo unita l’Europa potrà operare sugli scenari del mondo. Potrà davvero esistere per gli altri.
Insieme per l’Europa deve diventare un movimento di sentimenti, di idee, che guidi l’Europa a guardare al mondo senza paura, alimentandone l’anima umanistica, perché una corrente di passione per l’unità travolga le rigidità e le frontiere, perché la pace sia preservata. Insieme per l’Europa, cari amici, non è una bella manifestazione, ma l’espressione di un destino che sentiamo come vocazione per noi cristiani, come chance per i nostri concittadini, come dono al mondo intero.




