da TogetherforEurope | 22 Ago 2018 | 2016 Monaco, Esperienze, riflessioni ed interviste, News
Occorre un impegno rinnovato ed accresciuto per promuovere una «cultura della fiducia», una fiducia nel Dio «secolare», presente in questo mondo.
E’ ancora molto attuale l’intervento di Herbert Lauenroth al Congresso internazionale di “Insieme per l’Europa – Monaco 2016″. Eccone il testo completo.
Cari amici,
due immagini – una biblica ed una secolare – possono introdurci alle nostre riflessioni sulle varie apparenze della paura, della paura in Europa.
(1) L’immagine biblica: nel libro della Genesi Dio chiama l‘uomo in un momento drammatico: „Adamo, dove sei?“ L‘ appello va a colui, che – portato dalla paura e dalla vergogna – è fuggito nella boscaglia, si nasconde dalla visione di Dio, perché diventato cosciente della sua nudità esistenziale e della sua miseria. Questa immagine descrive la nostra attuale situazione in Europa: il nostro continente si barrica, si trincera nella sua mancanza di vie d’uscita. L’Europa allora si trova in questo sottobosco, in questo coinvolgimento pieno di paure e vergogna nelle proprie limitazioni e storie di colpa. Questo sottobosco è Idomeni, la frontiera della Macedonia, il filo spinato della frontiera tra Ungheria e Serbia, ma sta anche per le tante emarginazioni all´interno delle nostre società.
Se si prende lo scenario biblico con questa chiave di lettura, con lo sguardo sull’Europa che si sta facendo fortezza custodendosi verso i rifugiati, allora questa immagine assume ancora un altro significato e appare di fronte a noi il sovrano europeo come colui che in fondo è veramente: senza tetto, senza patria, il rifugiato nella fuga più fatale: quella da sé stesso.
L’Europa, quindi, deve sentire nuovamente questa chiamata di Dio come punto interrogativo sul suo disegno, sul suo mandato e sulla sua responsabilità per sé e per il mondo: „Europa – dove sei?“
(2) Questa immagine di una ristrettezza esistenziale, dalla quale solo Dio libera, trova una sua analogia nelle visioni di una perdizione cosmica dell’uomo moderno in uno spazio indifferente, inospitale nei suoi riguardi, che trova una sua eco nella famosa esclamazione del filosofo e matematico Blaise Pascal: „Il silenzio eterno di quegli spazi infiniti mi atterrisce.” La consapevolezza di trovarsi spostato o esposto inorridisce l’uomo isolato, ributtato su sé stesso, riecheggia come leitmotiv nella storia dell’Europa, rintracciabile in nozioni come quelle della „perdita del centro“ (“Verlust der Mitte”) oppure dello “essere senza dimora metafisico” (“Metaphysische Obdachlosigkeit”).
(3) Questa paura di perdere sé stessi o il mondo può dischiudere contemporaneamente anche un nuovo spazio di esperienza:
* Il poeta e primo Presidente della Repubblica Federale Ceca e Slovacca, Vaclav Havel, ripassando le rivoluzioni pacifiche degli anni 89/90 nei Paesi dell’Europa centrale, parlava dell´essenza della paura in quanto “paura della libertà”: „Eravamo come dei prigionieri, che si erano abituati alla prigione, e poi, ad un tratto lasciati alla libertà tanto attesa, non sapevano come vivere con essa, disperati, perché dovevano decidere loro stessi, e prendere la responsabilità per la propria vita.“ Si tratta, così Havel, di affrontare questa paura. Perché così “possono scaturire in noi anche nuove capacità. Paura della libertà può insegnarci ad usare in modo giusto questa libertà. E paura del futuro può essere proprio quel movente che ci costringe a far di tutto, perché il futuro diventi migliore.”
* Il grande teologo protestante Paul Tillich colloca la paura come esperienza fondamentale dell‘esistenza umana: “Il coraggio di esistere”, afferma lui, “ha le sue radici in quel Dio che appare, quando Dio è scomparso nella paura del dubbio.” Ciò significa: solo l’esperienza della paura come esperienza della perdita di un’immagine di Dio, dell’uomo e del mondo prima creduto immutabile, libera nel pensiero di Tillich ciò che lui chiama il „coraggio di esistere“ (Mut zum Sein). Il vero Dio – il Dio divino – appare nel cuore della paura e solo Lui opera la liberazione dalla paura. Quest’esperienza porta l’uomo agli orizzonti più profondi del suo essere. Dio si manifesta nella supposta mancanza di volto e di storia del mondo (Gesichts- und Geschichtslosigkeit der Welt) come volto dell’altro (Antlitz des Anderen).
(4) Si tratta quindi di “discendere” in questi spazi interiori di paure e smarrimenti biografici e collettivi, per incontrare lì quel Dio che ci salva.
Due esempi:
(4.1) Yad Vashem: Non dimenticherò mai la mia visita ai luoghi della Shoah nell’autunno scorso: quasi stordito, passo per questa architettura labirintica fino al “monumento per i bambini”, un luogo sotto terra, in cui la luce delle candele viene riflessa negli specchi. In questo buio luogo di risonanza di voci senza corpo, che eternamente recitano i dati di vita delle vittime innocenti, sento una nuova, profonda solidarietà riguardo a questa „proto-paura“, l´angosciante sensazione di non essere minacciato da una morte fisica, ma anche da una “culturale”, essendo cancellato dalla memoria collettiva. La testimonianza di quel luogo diventa la mia esperienza personale: dare un luogo ai nomi perduti, conservare nella memoria il nome di Dio e delle sue creature. Scrivo nel libro degli ospiti una frase del profeta Isaia e con ciò esprimo il mio turbamento, ma anche l’intuizione di una vicinanza imperdibile di un Dio Padre: „Non temere, perchè ti ho redento. Ti ho chiamato col tuo nome, tu sei mio.“
(4.2) E riguardo alle grandi narrazioni europee sulla paura, il filosofo e teologo ceco Tomás Hálík descrive un’esperienza analoga: “Il progetto arduo dell’unità europea non lo stiamo costruendo su terra incognita o incolta. Lo costruiamo su una terra, nella quale riposano tesori dimenticati, frantumi bruciati, dove Dei, eroi e delinquenti sono sepolti, dove campeggiano pensieri arrugginiti e bombe inesplose. Dobbiamo metterci in cammino e guardare nelle profondità dell’Europa, negli inferi, come Orfeo è andato da Euridice, o il Cristo ucciso da Abramo e dai Padri dell’Antico Testamento.“
(5) Nella descrizione del battesimo di Gesù nel Vangelo secondo Matteo si riassumono queste diverse discese negli abissi della paura: „Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: Questi è il Figlio mio diletto: in Lui ho posto il mio compiacimento.” Si tratta di scendere con Cristo per arrivare a quel punto-zero, da cui sorprendentemente si apre/dischiude il cielo. Ed è qui che si manifesta la legge della vita divina: „Ciò che viene dall’alto deve germogliare dal basso“. Così, in, con e per Gesù nasce quella comunità solidale, nella quale i singoli si riconoscono non solo in quanto “fratelli e sorelle”, ma innanzitutto come “figli e figlie di Dio”; una comunità, nella quale “dignità umana” e “somiglianza a Dio” formano un’unità inseparabile.
(6) Nei suoi scritti dalla prigione „Resistenza e Resa“, Dietrich Bonhoeffer vede il nucleo dell’identità cristiana nella risposta dei discepoli alla domanda di Gesù nel momento della sua paura di morte nel giardino di Getsemani: „Non potete vegliare un’ora con me?“ E’ questo l’invito alla veglia notturna accanto a Gesù, nella sua presenza rivolta verso il Padre in un mondo secolare, da sembrare senza Dio. Questa presenza di Gesù trasforma i luoghi più diversi in spazi dove si sperimenta (Erfahrungsräume) e si attende (Erwartungsräume) la vita trinitaria.
(7) La „paura“ sembra un punto chiave del Vangelo di Luca, come un primordiale e privilegiato “locus theologicus”, dove le nostre paure diffuse e „cieche“ si trasformano in quell’autentico „timore di Dio“ di Gesù, che dona la vera conoscenza. Perché:
- In, con e per Gesù si vince la paura nell´esperienza di un auto-trascendersi dell’uomo verso Dio: il presunto abbandono (Preisgabe) del Figlio si trasforma in donazione (Hingabe) al Padre.
- L’unità cresce come esperienza della fiducia reciproca, di una sempre più crescente sensibilitá per il mistero di Dio, per l’inviolabile alterità dell’altro. La filosofa ebraica Simone Weil ha trovato una formula accentuata: soltanto l’incondizionato “accondiscendere alla distanza dell’altro“ rende possibile una vicinanza autentica – e la comunione con Dio e tra gli uomini.
- Si tratta allora di preferire lo sconosciuto, l’estraneo, il marginalizzato, come luogo per imparare la fede – in, con e per Gesù.
- Questo vale in particolare per i vari carismi e la comunione tra di loro: in un incontro di Insieme per l’Europanel novembre 2013 con Jean Vanier, fondatore dell´”Arche” a Parigi, ci siamo accorti che, in fondo, il compito dei carismi sta anche in questo: ricevere il „carisma del mondo“ e rispecchiarlo a questo stesso mondo. La testimonianza di Vanier ci ha impressionato profondamente: non di vivere in primo luogo con (mit) e per (für) i destinatari delle “beatitudini”, ma di vivere partendo (von) da loro. Loro che sembrerebbero quelli che sono bisognosi di ricevere, sono invece quelli che danno Dio. Sono portatori di un messaggio, di una presenza di Dio, che dalle periferie delle nostre società deve giungere ai rispettivi centri. Il vescovo e filosofo di Aachen, Klaus Hemmerle, formulava con estrema pregnanza: „Lascia che io impari da te il messaggio che devo trasmetterti.“
(8) Forse ci vuole in tanti cristiani una svolta, una vera metánoia nella comprensione del mondo e di sé stessi, una nuova fede nell’amore di Dio per il mondo, rivelato in Cristo. Ci vuole un impegno rinnovato ed accresciuto per promuovere una „cultura della fiducia“, una fiducia nel Dio „secolare“, presente in questo mondo, che caratterizza la vita di Gesù.
(9) Lo sguardo alzato verso la maestosa cupola del Circus Krone potrebbe farci pensare ai trapezisti come veri artisti di una “liberazione dalla paura“, disponendo di una fiducia incondizionata, pronti all’abbandonarsi ed allungarsi verso un futuro: ognuno di loro un “saltatore nel sospeso” (H. Nouwen); istante artistico tra grazia e gravità, sempre profetico ed anche precario, mai senza rischio. Ecco la “graziosità” di questo singolare passaggio, in cui la creatura – sospesa in aria – si sa sostenuta e custodita, in certa maniera: “sciolta” (er-löst) da sé stessa e liberata verso l’altro.
“Chi salta deve saltare, chi prende deve prendere, e chi salta deve fidarsi con le braccia allungate e le mani aperte che chi lo prende ci sia. … Ricordati che sei il figlio amato da Dio. Lui ci sarà, quando farai il tuo lungo salto. Non cercare di prenderlo. Sarà Lui che ti prende. Allunga le tue braccia e le tue mani – e fidati, fidati, fidati!” (H. Nouwen)
Herbert Lauenroth, Centro Ecumenico di Ottmaring (Germania) a Monaco di Baviera, Circus-Krone-Bau, 01.07.2016
Foto: Artisti trapezio ©Thierry Bissat (MfG); H. Lauenroth: ©Ursula Haaf (altro…)
da TogetherforEurope | 30 Apr 2018 | 2018 Giornata dell'Europa, Esperienze, riflessioni ed interviste, News
L‘Europa ha un futuro? Quale contributo vedete, per esempio, da parte delle Chiese e dei Movimenti / Comunità cristiane?
Certo che l’Europa ha un futuro! E vi hanno un ruolo le comunità e le Chiese individualmente e insieme, col rafforzamento della sfera civile. Quella sfera civile che, col tempo, produrrà i suoi nuovi capi politici, mentre nel frattempo rafforza e sviluppa l’impegno civico. «Il danno più grande è provocato da quei milioni di persone che vogliono semplicemente “sopravvivere”». Così queste comunità hanno un ruolo, perché portano a conoscenza, esercitano e sviluppano le proprie istanze (ad esempio, ordine, libertà, obbedienza, responsabilità, uguaglianza, gerarchia, rispetto, correzione, proprietà privata, proprietà collettiva, verità e così via).
Il 9 maggio si celebra la “Giornata dell’Europa”. Cosa suscita in voi questa data? Come vi piacerebbe che gli europei la celebrassero?
La scelta della data, come l’iniziativa, si capisce che è buona e necessaria. La domanda è sul «come». Si dovrebbe costituire una celebrazione che – oltre alle conferenze interdisciplinari dei vari ambiti scientifici – possa interpellare tutta la società. Non dei festeggiamenti ufficiali, bensì, ad esempio, una «manifestazione di massa» simile al progetto delle capitali della cultura. L’esperienza insegna che è sempre la politica a costruire le celebrazioni ufficiali. Però questo utilizzo ai propri scopi allontana la gente dalle forme ufficiali.
Se uno di voi fosse Presidente della Commissione Europea (cioè, avessi funzioni di responsabilità e decisionali), quale sarebbero le priorità sull’agenda per mantenere e incrementare l’unione dei popoli europei?
Non volendo l’uniformità, puntare al perseguimento, rafforzamento e accelerazione dell’integrazione, sulla base del riconoscimento reciproco delle identità e della solidarietà. Questo debole sistema federativo è evidente che non funziona. Ne abbiamo un esempio negli USA, ove invano si parla la stessa lingua, ma si sono tralasciate le forme più sciolte a favore della centralizzazione. Continuare e allargare i progetti internazionali, come per esempio l’ERASMUS, ai ricercatori e docenti universitari e poi, col tempo, anche agli educatori e insegnanti dei gradi di istruzione inferiori. Rendere obbligatorio un periodo di sei mesi all’estero per gli universitari, indipendentemente dalla materia di studio. Brevi corsi continuativi interuniversitari tra Paesi confinanti (ad esempio, con università estive).
Come vedete l’Europa nel contesto della politica mondiale odierna?
Si trova di fronte a due sfide essenziali. 1. La questione dell’unità: se non sarà capace di compattarsi e di rappresentare l’unità, potrà solo perdere il suo peso (vedi 2° questione). 2. La corruzione: anche qualsiasi abuso, anche il più piccolo, economico o morale e sessuale può danneggiare grandemente la comunità internazionale, sia che venga commesso da un ente ufficiale che da un privato. Ciò è evitabile solo e prima di tutto con un continuo e unitario esame di coscienza (riflessione).
Sembra che i giovani non si interessino tanto del futuro dell’Europa. E’ vero secondo voi?
I giovani amano la concretezza. Le cose inafferrabili non li interessano. Bisognerebbe aumentare, ad esempio, il numero degli studenti ERASMUS e investire più denaro nei programmi di studio all’estero, perché i giovani si conoscano maggiormente. Inoltre servirebbero degli obiettivi europei concreti in cui essi possano credere ed entusiasmarsi.
Cosa pensate delle tendenze populiste? Non sarebbe meglio camminare INSIEME? Ma come?
In primo luogo, esse sono la conseguenza delle ultime crisi economiche; in secondo luogo, dei conflitti armati e degli scontri (ad esempio certe ingerenze straniere); in terzo luogo, sono causate dal nazionalismo, frutto delle sopra citate realtà, nazionalismo che l’unione rappresenta difficilmente, mentre invece viene cavalcato dai populisti. E oltretutto gli elettori non hanno rapporti con i politici europei, ma vedono e conoscono soltanto i propri, della propria nazione. Essi sono direttamente responsabili di come trasmettono le fonti di Bruxelles ai rispettivi Paesi; così le folle «credono a loro». In ogni caso dobbiamo imparare ad andare avanti insieme. Come? Vedi le risposte precedenti. Il primo passo potrebbe essere il desiderio di agire personalmente e di seguito assumersi una responsabilità collettiva, riconoscendone l’efficacia e il ruolo nell’insieme.
Zsófia Bárány PhD e Szabolcs Somorjai PhD, Ungheria, ricercatori universitari nell’ambito della società, economia dell’epoca moderna, politica e storia della Chiesa. (altro…)
da TogetherforEurope | 4 Apr 2018 | 2018 Giornata dell'Europa, Esperienze, riflessioni ed interviste, News
DISCUSSIONE
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DIALOGO
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| Convincere l’altro del proprio punto di vista |
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Indagare e apprendere insieme |
| Ottenere il consenso dell’altro |
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Condividere idee, esperienze, sentimenti |
| Selezionare il migliore |
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Integrare le diverse prospettive |
| Giustificare, difendere le proprie ragioni |
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Capire a fondo le affermazioni delle parti |
| Confutare le ragioni dell’atro, una difesa della propria posizione (valori, interessi) |
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Accogliere e capire l’altro |
| Leadership individuale |
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Leadership condivisa |
| Visione frantumata |
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Visione integrale, una sinergia di pensieri diversi |
| Cultura gerarchica e competitiva: dipendenza concorrenza, esclusione |
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Cultura della cooperazione, partnership e inclusione |
| Vittoria / sconfitta |
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Guadagno di tutti i partecipanti |
Cfr. Pal Toth in Nuova Umanità, XXXVII (2015/3) 219, pp. 320
Illustration: Walter Kostner ©
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da Sr. Nicole Grochowina | 4 Apr 2018 | 2018 Giornata dell'Europa, Esperienze, riflessioni ed interviste, News
Breve contributo dalla prospettiva storica sulle radici religiose dell’Europa e le sue criticità
“Non solo libri, anche i concetti hanno il loro destino”. Con queste parole inizia la voluminosa Storia dell’Occidente, che lo storico Heinrich August Winkler ha pubblicato nell’anno 2009. Anche se Winkler spiega qui lo specifico dell’ “Occidente”, fornisce anche allo stesso tempo elementi che servono a pensare sull’Europa; il fatto che concetti e significati cambino, può essere confortante, minaccioso o un segno di speranza. Così pure in Europa. Vale la pena, quindi, di gettare uno sguardo intenso sui suoi pensieri.
Ne conseguono osservazioni fondamentali anche sull’Europa in generale, in cui possiamo seguire Winkler.
In primo luogo, l’impronta comune più forte dell’Europa è ancora di natura religiosa. Questa diagnosi può sorprendere di fronte a sviluppi laicisti e secolarizzati; ma la secolarizzazione così estesa può solo essere compresa come reazione ad una potente impronta religiosa, nella quale fin dall’inizio era registrata la distinzione tra ordine divino e secolare. Questo fondamento storico forma le radici dell’Europa, anche se la storia della religione in Europa anche per questo è una storia di separazione.
In secondo luogo l’Europa non ha mai avuto una via lineare di progresso. L’Europa non è una storia continua di successi, quanto piuttosto una storia di rotture, di distruzioni, di nuovi inizi e del sogno sempre rinnovato di una comunità di valori. Oltre a ciò questa comunità è sorta solo in “collaborazione transatlantica” – come Winkler la definisce – , perché senza la Dichiarazione dei diritti del 1776 non c’è una Dichiarazione dei diritti dell’uomo e dei diritti civili. La prospettiva è dunque larga.
In terzo luogo appartiene all’Europa la “contraddizione tra il progetto normativo e la prassi politica” (Winkler, 21) e con questo la non contemporaneità nella realizzazione del suo progetto rivoluzionario: la libertà e l’uguaglianza di tutti gli uomini. Anche oggi questo è in ultima istanza ancora sempre un ideale.
Quali le conseguenze? La conseguenza è o quella di abbandonare il progetto rivoluzionario di libertà e di uguaglianza, o quella di attenersi ancora più intensamente alle sue linee di base. Sulla pista di Winkler l’Europa “non può fare altro di meglio per la diffusione dei suoi valori che attenersi ad essi e gestire in maniera autocritica la propria storia, che per lunghi tratti è stata una storia di violazioni contro i propri ideali” (Winkler, 24) e lo è ancora. Ciò significa anche: ad fontes! Dove sono le radici di questo sogno, di questo progetto rivoluzionario – e come si può vivere oggi di questo? E ancora: non può essere che Comunità e Movimenti spirituali debbano avere qui un compito speciale?
Sr. Nicole Grochowina (altro…)
da Pal Toth | 4 Apr 2018 | 2018 Giornata dell'Europa, Esperienze, riflessioni ed interviste, News
Ecco uno stimolo, un arricchimento per quanti di noi il 9 maggio, “Festa dell’Insieme per l’Europa” desiderano aprire una tavola rotonda per dialogare tra “diversi”, come Est e Ovest, Sud e Nord, membri di varie Chiese, credenti e non, persone del posto o rifugiati…
La composizione diversificata dell’Europa
Per inquadrare bene la situazione europea, è utile tener presente la sua realtà geopolitica e culturale.
L’Europa Occidentale è principalmente un concetto socio-politico e identifica in particolare i Paesi europei del “primo mondo”, frutto di un cammino politico, economico e culturale plurisecolare, diverso da quello dell’Est-europeo. Oggi il termine Europa Occidentale è anche comunemente associato alla democrazia liberale, al capitalismo e anche all’Unione Europea, nonostante l’allargamento ai Paesi dell’Est. La maggior parte dei Paesi della regione condividono la cultura occidentale che sembra sia oggi in crisi. E si notano differenze e tensioni anche all’interno dell’Occidente, ad esempio fra Nord e Sud. Oppure, pensiamo alla Chiesa d’Inghilterra che, dopo la Brexit, sicuramente non vorrà lasciare l’Europa, ma intensificare i suoi rapporti ecumenici.
L’Europa Orientale è piuttosto un concetto geografico, una terra articolata al suo interno con differenti tradizioni e problematiche. Culturalmente si può distinguere, grosso modo, fra Mitteleuropa, Balcani e Paesi dell’ex-Unione Sovietica; e, religiosamente, fra il mondo cattolico-protestante e quello ortodosso, con conseguenze sul modo di pensare e di agire. Denominatore comune è la condizione del post-comunismo, con travagli sociali e politici di un difficile cammino di democratizzazione. Con l’allargamento della UE ad alcuni Paesi dell’Est avviene, nei nuovi stati-membro, un adattamento abbastanza rapido al sistema economico e giuridico occidentale, mentre l’avvicinamento culturale è molto più lento.
Costruire prima una cultura dell’incontro
Per arrivare ad un dialogo fruttuoso fra Est e Ovest, occorre procedere per gradi e non affrontare i problemi di petto. Secondo il cammino di Insieme per l’Europa, condensato in 18 anni di esperienza, espresso densamente durante il grande evento di Monaco 2016, è necessario uscire dall’atteggiamento di critica e di difesa, e promuovere una cultura dell’incontro, di conoscenza reciproca e di riconciliazione.
L’Est ha guardato all’Ovest, negli ultimi secoli, come modello culturale e politico, ed ha sviluppato una comprensione di ciò che avviene nei Paesi occidentali. Gli europei dell’Est devono spesso constatare, dolorosamente, la mancanza di conoscenze minime da parte degli occidentali e le incomprensioni che ne derivano. Senza il riconoscimento dei valori dell’Est da parte dell’Occidente non si può arrivare all’uguaglianza e alla reciprocità. Ci vogliono, quindi, umiltà, fiducia, conoscenza e accoglienza reciproca.
Di conseguenza, penso che, come primo passo, dovremmo promuovere una cultura dell’incontro, creare una piattaforma, una “casa” per poter dialogare. In questa fase si potrebbe riflettere anche sulle nostre tradizioni culturali e sui diversi modi di pensare, per prepararci al dialogo costruttivo.
Stralcio dal discorso di Pál Tóth “Cultura dell’incontro e del dialogo fra Est e Ovest in Europa”, Incontro “Amici” di Insieme per l’Europa – Vienna, 10 novembre 2017
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da Jesus Moran | 4 Apr 2018 | 2018 Giornata dell'Europa, Esperienze, riflessioni ed interviste, News
Jesús Morán è il Copresidente del Movimento dei Focolari: Laurea in filosofia, Dottorato in Teologia. Ecco i suoi pensieri stimolanti per imparare il “linguaggio della fraternità”, condensati in 7 punti.
1. Il dialogo è sempre incontro personale. Non si tratta di parole o pensieri, ma di donare il nostro essere. Non è semplice conversazione ma qualcosa che tocca gli interlocutori nel profondo. Diceva Rosenzweig: «Nell’autentico dialogo qualcosa accade sul serio». In altre parole: non si esce indenni da un vero dialogo, qualcosa cambia in noi.
2. Il dialogo richiede silenzio e ascolto. Il silenzio è fondamentale per un retto pensare e parlare. Un silenzio profondo, coltivato con pazienza in solitudine e messo in pratica di fronte all’altro, al suo pensare, al suo parlare. Ecco un bel proverbio indù: «Quando parli fa in modo che le tue parole siano migliori del tuo silenzio». Oggi è più che mai necessario – affermava Benedetto XVI – «un ecosistema che sappia equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni». Nell’esercizio del dialogo abbiamo bisogno del silenzio, per non logorare le parole stesse.
3. Nel dialogo rischiamo noi stessi, la nostra visione delle cose, la nostra identità, anche culturale. Dobbiamo conquistare una «identità aperta», matura, e allo stesso tempo allenata su un assioma antropologico fondamentale: «Quando ci capiamo con qualcuno, so meglio anche chi sono io». Parafrasando un’idea di Klaus Hemmerle: se mi insegni il tuo pensare, io potrò imparare di nuovo il mio annunciare.
4. Il dialogo autentico ha a che fare con la verità. Ma attenzione: la verità è una realtà relazionale (non relativa, il che è diverso). Significa che la verità è la stessa per tutti, ma ognuno mette in comune con gli altri la sua personale partecipazione e comprensione della verità. Quindi la differenza è un dono, non un pericolo. «Il dono della differenza» è un altro pilastro della cultura del dialogo.
5. Il dialogo richiede volontà. L’amore alla verità mi porta a cercarla, a volerla, e per questo mi metto in dialogo. Spesso si pensa che dialogare sia cosa da deboli. In realtà è il contrario: solo chi ha una grande forza di volontà rischia sé stesso nel dialogo. Ogni atteggiamento dogmatico o fondamentalista nasconde paura e fragilità. Bisogna diffidare di chi normalmente ricorre alle grida, usa parole altisonanti o frasi squalificanti per imporre le sue convinzioni. La forza bruta, anche dialettica, potrà vincere, ma mai convincere.
6. Il dialogo è possibile solo tra persone vere. L’amore, l’altruismo e la solidarietà preparano le persone al dialogo facendole vere. Gandhi e Tagore avevano un’idea molto diversa del sistema educativo da impiantare nell’India indipendente, ma questo non ha ostacolato la loro amicizia. Papa Wojtyla e il presidente Pertini ebbero, durante un lungo periodo, un’intesa profonda sul destino dell’umanità, eppure viaggiavano su categorie quasi opposte.
7. La cultura del dialogo conosce solo una legge, quella della reciprocità. Solo in essa il dialogo trova senso e legittimità. Se le nazioni ricorressero al dialogo prima che al tacere omicida della vendetta o della ricchezza o dell’affermazione personale, nuoteremmo nella felicità di cui oggi ci priviamo. Se le religioni dialogassero per onorare Dio; se le nazioni si rispettassero e capissero che la propria ricchezza è fare ricca l’altra; se ognuno percorresse un “piccolo sentiero personale” di novità, ci potremmo lasciare alle spalle la notte di terrore nella quale annaspiamo. Quali gli ostacoli sul piccolo sentiero? Il giudizio, la condanna, la superbia intellettuale.
Il lavoro da fare è artigianale per l’impegno che richiede, senza distrazioni o compromessi, ma è pregno di cultura, più di una professione. È un’attività faticosa e impietosa. Ma ci salva la Misericordia. (altro…)